Biografia:
Praticamente autodidatta, sebbene abbia frequentato a Roma lo studio di Balla, e vi abbia conosciuto Severini e Sironi, a vent'anni inizia i suoi viaggi: Francia, Germania, Russia. Rientrato in patria, lavora a Padova, a Venezia, e infine a Milano. Nel 1906, dopo un secondo viaggio a Parigi, aderisce al movimento futurista e l'11 aprile 1910 con Russolo, Balla, Severini e Carrà firma il -Manifesto dei pittori futuristi-. Fu pittore, scultore, scrittore, incisore all'acquaforte; certamente il più rappresentativo del movimento. Tra il 1904 e il 1909 la sua pittura è personale ma ancora tutta nell'ambito della tradizione (sente l'influsso di Balla, ma i rapporti qualche tempo dopo si invertono), con simpatia particolare per il divisionismo: Previati. Decisivi debbono essere stati per lui i contatti a Milano col mondo straordinario di Romolo Romani, che gli saggerisce la frattura dei precedenti schemi avviandolo verso soggetti (come -Gli stati d'animo-) di sapore simbolista, cari anche a Munch; arte di -idea-. Nel 1911 Boccioni è in pieno futurismo. Prima tenta di risolvere il problema della compenetrazione della luce, poi l'idea -dinamica- ha il sopravvento: nella simultaneità del vuoto, delle forze centrifughe, degli oggetti dell'atmosfera, delle forme, dei colori e del chiaroscuro si concretizzano le -linee-forza-, la compenetrazione dei piani. Il -vero-, che prima aveva cercato di rendere minutamente, cerca ora di trasfigurarlo con un astrattismo dinamico. Ma alla fine, dopo aver speso tutta la sua rara intelligenza, tutta la sua fine sensibilità nel tentativo di risolvere questo problema, cade in una crisi di scetticismo. Scriverà nel '12 a Severini: -Non so cosa facciano i due amici Carrà e Russolo. Qualunque cosa facciano, non mi fido... non mi fido più di me, di nessuno. È il caos dell'arbitrio? Quale la legge? I cubisti han torto. Picasso ha torto. Gli accademici han torto-. -Silvia- (del 1915), il ritratto del pianista Busoni e quello della signora Busoni, del '16, segnano clamorosamente (con altri lavori degli stessi anni) il ritorno al -vero- come -forma visibile-. -In siffatte opere una sorta di esaltazione cromatica rammenta gli ultimi dipinti del periodo prefuturistico, in cui i rossi, i verdi e i violetti sono come eccitati nell'impasto che via via sostituisce il pennelleggiare divisionistico- (Galetti-Camesasca). È la conclusione (fase cézanniana) di un corso (un ritorno all'ordine) che purtroppo coincide con quello della sua esistenza. |